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Dislipidemie e rischio cardiovascolare

Tra i fattori di rischio cardiovascolare, un ruolo di primo piano è riconosciuto ai disordini del metabolismo lipidico. Oltre ai dati epidemiologici già descritti, anche gli studi condotti nell’animale da esperimento, quelli in vitro e la descrizione nell’uomo di condizioni familiari caratterizzate da precoce mortalità coronarica hanno contribuito ad accrescere la consapevolezza di un’associazione tra lipidi e aterosclerosi.
La maggior parte dei pazienti che presentano aterosclerosi precoce non sono affetti da iperlipemie gravi, piuttosto manifestano aumenti di grado moderato di colesterolo LDL e trigliceridi o una riduzione di colesterolo HDL. Studi clinici controllati hanno valutato l’effetto di varie strategie ipolipemizzanti, farmacologiche e non farmacologiche, sul profilo dei lipidi plasmatici in questi stessi soggetti, correlandone le modificazioni all’evolutività delle lesioni vascolari e alle caratteristiche degli eventi clinici. I primi studi ottennero risultati complessivamente favorevoli ma non sempre in modo significativo, a causa della scarsa efficacia dei farmaci disponibili e della relativa esiguità dei gruppi studiati. In seguito l’ampliamento del concetto di iperlipemia ha consentito l’esame di ampi sottogruppi di popolazione. Tra gli studi di prevenzione primaria, lo studio Lipid Research Clinics Program11 e quello di Helsinki12 hanno indotto a considerare positivamente l’uso di colestiramina e gemfibrozil nei soggetti dislipidemici. Più recentemente, si è ampiamente documentato come la somministrazione di inibitori della 3-idrossi-3-metilglutaril coenzima A (HMG CoA) reduttasi (statine) a decine di migliaia di pazienti potesse ridurre il numero dei casi di infarto miocardico e la mortalità cardiovascolare totale rispetto ai soggetti non trattati, sia negli individui asintomatici (prevenzione primaria) che nei pazienti già affetti da cardiopatia ischemica (prevenzione secondaria). Deve essere osservato che la distinzione tra prevenzione primaria e secondaria è, per taluni aspetti, arbitraria, poiché molti individui senza sintomi di cardiopatia ischemica possono presentare aterosclerosi coronarica o in altri distretti arteriosi. Inoltre il beneficio risultante è funzione del livello di rischio della popolazione globalmente intesa, e nel singolo individuo tanto più probabile quanto maggiore il rischio che si possa manifestare una condizione di malattia. Pertanto si è affermato essere tanto più vantaggiosa la terapia ipolipemizzante (ma anche antipertensiva, antiaggregante piastrinica, ecc.) quanto maggiore è il livello del rischio cardiovascolare globale del soggetto (o della popolazione) da trattare. Ed infatti anche gli studi clinici più recenti (HPS, PROSPER, ASCOT-LLA) si sono rivolti non solo ad individui in prevenzione secondaria (che appaiono immediatamente ad elevato rischio cardiovascolare) ma anche a soggetti in cui l’associazione di più condizioni di rischio impartiva un rischio globale elevato: ed i risultati hanno documentato un beneficio della terapia ipolipemizzante.

 


 
 
   

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