I fabbisogni di calcio nell’anziano sono più elevati rispetto all’individuo adulto in rapporto anche
alla nota e frequente riduzione dell’assorbimento di micronutrienti con l’aumentare dell’età. In
particolare nelle donne durante e dopo la menopausa, allorché la carenza di estrogeni determina una
demineralizzazione ossea, è opportuno aumentare la quota di calcio da assumere. E’ sempre
preferibile che l’aumento della assunzione di calcio avvenga mediante un maggior consumo di latte
e derivati e di un’acqua ricca di calcio, essendo queste le fonti preferenziali di assunzione di calcio
perché più biodisponibile. In caso di controindicazioni o difficoltà al consumo di questi alimenti,
l’anziano può ricorrere a supplementi contenenti calcio. Va inoltre tenuto presente che il calcio per
essere fissato nelle ossa, necessita della presenza di vitamina D anch’essa spesso carente
nell’anziano specie se istituzionalizzato, non autosufficiente o costretto a letto. Le attuali
conoscenze indicano un sinergismo d’azione fra vitamina D e vitamina K; quest’ultima serve a
rendere attive le proteine interessate alla calcificazione prodotte dalla vitamina D. Le dosi
consigliate in tale integrazione sono comunque inferiori a quelle terapeutiche previste per
correggere i difetti della coagulazione e rientrano tra le quantità previste dai LARN ’96. Il controllo
accurato della posologia deve essere comunque il prerequisito della supplementazione, infatti un
eccesso di assunzione può risultare dannoso perchè può inibire l’assorbimento di altri importanti
minerali quali il ferro e lo zinco (LARN, 1996).
Per il ferro la supplementazione è raccomandata solo in situazioni di carenza accertata, poiché una
dieta anche se equilibrata non sempre permette la copertura nel caso di aumentato fabbisogno di
ferro. Situazioni carenziali di ferro si osservano piuttosto frequentemente nei gruppi di popolazione
a più elevato fabbisogno come le donne in età fertile con perdite mestruali abbondanti o
polimenorrea. Scegliere alimenti di origine animale (carne e pesce) nei quali il ferro è presente nella
forma maggiormente biodisponibile (ferro eme), consumare alimenti vegetali (legumi, indivia,
radicchio verde) insieme a discrete quantità di vitamina C, che aumenta la biodisponibilità del ferro
non-eme, sono comunque i comportamenti da suggerire caldamente anche perchè talvolta possono essere sufficienti per assicurare la copertura dei fabbisogni senza dover ricorrere a specifici
integratori.
Per quanto riguarda lo iodio, a fronte di uno stato di carenza endemica, piuttosto che il ricorso ad
una supplementazione con integratori, va incoraggiato l’uso regolare di sale arricchito con iodio
(sale iodurato/iodato) nell’alimentazione giornaliera.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha messo in risalto l’importanza del ruolo del selenio nella
salute umana. E’ emerso che in alcune popolazioni (Gran Bretagna, Cina, Nuova Zelanda e Stati
Uniti) l’assunzione di selenio potrebbe non coprire completamente i fabbisogni. Si è assistito ad una
immissione sul mercato di integratori e alimenti (es. patate) a base di selenio, esaltandone il ruolo
protettivo nei confronti del processo di invecchiamento e di patologie neoplastiche. Le conoscenze
attuali non consentono tuttavia di sostenere con certezza che la supplementazione con selenio o
diete ricche in selenio svolgano nell’uomo un’azione preventiva. Il selenio è presente in molti
alimenti (soprattutto frattaglie e pesce ma anche nella carne e nei cereali) e gli apporti giornalieri
assunti attraverso una dieta variata garantiscono i livelli raccomandati per l’adulto.
Situazioni carenziali di zinco possono invece verificarsi, oltre che a causa di una malattia genetica
che ne determina un malassorbimento, in pazienti trattati a lungo con nutrizione parenterale, in
portatori di by-pass intestinali o in soggetti anziani.
Anche nei vegetariani si può osservare un modesto stato di ipozinchemia a causa della dieta ricca di
fitati, ossalati, e fosfati che limitano l’assorbimento dell’elemento. Una supplementazione di zinco è
indicata in presenza di una riduzione della risposta immunitaria, con aumento della suscettibilità
alle infezioni e ritardo nella guarigione delle ferite.
Da tener presente che dosi elevate e prolungate nel tempo provocano effetti tossici, modificano
l’utilizzazione del rame tissutale, alterano il metabolismo del ferro e l’assorbimento del magnesio e
del calcio e ciò può causare effetti negativi sullo stato dell’osso in soggetti con basso apporto di
calcio e magnesio (SINU, 1996). La dieta media italiana assicura ampiamente un’assunzione totale
di zinco che soddisfa la quota raccomandata (10 mg/die per gli uomini, 7 mg/die per le donne); le
maggiori fonti alimentari sono rappresentate da carne, uova, pesce, latte e derivati, cereali.
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